Scende la pioggia, ma che fa?

[Diari di viaggio. Appunti durante la stagione dei monsoni a Dharamasala, India]

C’è qualcosa di eternamente seducente nella stagione dei monsoni. Il cielo diventa una spugna impregnata di acqua e la mano di Dio la stringe con forza e avidità. La pioggia precipita incessante, come se fosse l’ultima volta ad allietare la feroce sete della terra. Il suono dell’acqua rimbomba nella valle violento e costante, trasformandosi in un mantra che rasserena la mente. Affascinata (e spesso inzuppata) da questo fenomeno naturale che ormai fa parte della mia quotidianità, decido di scoprire qualche notizia in più sull’argomento chiedendo al mio guru più fidato di tutti i tempi: Google. In soli 0,32 secondi scopro che il termine monsone deriva dalla parola araba mawsim che significa, appunto, stagione. I mesi interessati vanno da giugno a settembre e normalmente questa corrente umida raggiunge le coste dello stato meridionale di Kerala intorno all’1 di giugno, arriva a Mumbai dopo una decina di giorni e avvolge Delhi e le regioni dell’Himalaya verso la fine del mese. Si tratta di un fenomeno climatico che ha un’importanza fondamentale per il popolo indiano che ogni anno lo aspetta con impazienza.

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Ancora a Dharamasala, comodamente seduta in un café mentre sorseggio chai e osservo la pioggia precipitare senza sosta, decido di intraprendere questo argomento con la mia amica Vi.
Vi rispecchia il cosiddetto “lato moderno” dell’India. Nata a Nuova Delhi, il suo profilo femminile fa a pugni con il suo aspetto rivoluzionario. I capelli cortissimi, come quelli di un ragazzo. Il corpo ricoperto di piercing e tatuaggi. Preferisce di gran lunga indossare un paio di jeans e una maglietta piuttosto che un sari. Il suo inglese è perfetto e, nonostante uno speziato accento indiano, parlare con lei è un vero piacere. Insieme ci perdiamo in lunghe conversazioni e, tra una chiacchiera e l’altra, Vi riesce a svelarmi quello che Google in 0,32 secondi non è stato in grado di farmi scoprire.

“Per noi indiani la stagione dei monsoni è sacra. Interi villaggi dipendono dalle piogge. La nostra terra è fertile, ma per poter coltivare tè, riso e cotone abbiamo bisogno dell’acqua. Se il monsone tarda ad arrivare, o se non arriva affatto, possono esserci conseguenze devastanti. Alcuni sadhu digiunano per settimane e pregano gli dei della pioggia. Spesso vengono sacrificati bufali, capre e, nei casi più estremi, anche vite umane. Bambini, naturalmente”.
“Stai scherzando?” domando in un misto tra turbamento, curiosità e, mi vergogno anche ad ammetterlo, un pizzico di adrenalina. I rituali mi hanno sempre affascinata.
“No” sorride mentre sorseggia il suo chai con estrema tranquillità.
“Tu mi stai dicendo che in alcuni villaggi, ancora oggi, vengono effettuati sacrifici umani in nome della pioggia?”
“Sì” risponde Vi.
“Ma com’è possibile?”
“Cristina-ji, in India sab kuch milega! Tutto è possibile. Molte, troppe vite dipendono dal monsone. Ordiniamo altro tè? ”.

Immediatamente penso a casa, alla mia terra e all’importanza del vento in Salento, specialmente durante i mesi estivi. Mi domando se anche noi saremmo disposti a digiunare per giorni e a sacrificare vite umane per una bella giornata di tramontana ad agosto e una scorpacciata di ricci a Gallipoli.

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